Il festival dell’economia solidale di Pinerolo

Il festival dell’economia solidale di Pinerolo

Tre settimane fa ho visitato Direfarecosolidale, il festival dell’economia solidale di Pinerolo, giunto ormai alla sua quinta edizione. Il festival è organizzato, tra gli altri, da: gruppo di acquisto solidale Stranamore, associazione del distretto di economia solidale GASTorino, Comune di Pinerolo, Arci, Pensieri in piazza, e da altre associazioni culturali e di volontariato. L’evento si propone di far incontrare le realtà ecosolidali del pinerolese, in generale quindi quelle realtà che si occupano di temi quali il consumo critico, la finanza etica, l’agricoltura biologica, il commercio equo, l’economia cooperativa, il turismo responsabile, il software libero, le energie rinnovabili, la bioedilizia, le monete locali, e gli acquisti verdi degli enti pubblici. Ma la manifestazione è d’interesse anche per chi ha a cuore temi come la salvaguardia dell’ambiente, l’opposizione agli OGM e al nucleare, la riduzione dei rifiuti e il riciclo, la sovranità alimentare, i beni comuni,  le differenze di genere, la didattica scolastica, la cura verso i soggetti più deboli, e i diritti dei migranti. Come negli anni passati, l’evento ha invitato a riflettere sui diversi modi di “stare nella crisi”, organizzando incontri, workshop, mostre e proiezioni. Era presente anche un’esposizione con stand e un mercato contadino dedicati all’agricoltura a km zero, all’agricoltura sociale, e alle energie alternative.

Due degli incontri tenutisi durante la manifestazione sono stati di particolare interesse per il progetto ALTFOODCRISIS.

Il primo ha visto protagonista Rémi Kuentz, uno degli animatori di un’iniziativa simile a quella dei gruppi di acquisto solidale, che si sta diffondendo in Francia. Insieme alla moglie Brigitte Pavy, Kuentz ha fondato l’associazione Court-Jus (“succo-corto”) nel paesino di Embrun, vicino Gap nelle Alpi francesi, che mira a rafforzare le reti con i produttori che praticano un’economia rispettosa della terra e della gente. Court-Jus ha aiutato a fondare altre due associazioni, a Gap e Guillestre, iniziative che si sono poi diffuse anche a Drôme, Lille, Bordeaux e Grenoble.

Kuentz ha iniziato dicendo che il luogo in cui si svolge l’iniziativa francese è molto diverso dal pinerolese, trattandosi di una zona isolata e a bassa densità di popolazione, frequentata più che altro come meta turistica. Kuentz ha poi spiegato la storia della loro iniziativa. Tramite il contatto di un amico a Parigi, sono stati introdotti al consorzio siciliano di produttori di agrumi Le Galline Felici (che il contatto parigino aveva a sua volta conosciuto grazie all’associazione GASTorino). Hanno così iniziato a ordinare le arance nella loro zona. Alcuni di loro sono anche andati a fare visita ai produttori del consorzio in Sicilia, rimanendo piacevolmente colpiti dal loro entusiasmo. In media, ha detto Kuentz, fanno cinque ordini all’anno, tramite un sito web. La persona che raccoglie gli ordini è pagata a part-time, dato che gestire i volumi in questione richiede un grande sforzo. Al momento ci sono sette associazioni che prendono parte all’iniziativa, che comprendono un totale di 35 gruppi. Le persone coinvolte sono alcune migliaia. Le consegne di arance richiedono una notevole organizzazione, ma grazie all’aiuto di un gruppo di volontari tutto avviene solitamente senza problemi.

Secondo Kuentz, l’iniziativa ha avuto molto successo perché le persone in Francia hanno perso l’abitudine di mangiare agrumi freschi. Un’altra ragione è che il loro sistema è più flessibile rispetto a quello delle francesi AMAP, le associations pour le maintien d’une agriculture paysanne, o ‘associazioni per la conservazione dell’agricoltura contadina’. Queste richiedono di comprare anticipatamente una quota annuale di prodotto da un’azienda agricola, che fornisce poi settimanalmente una cassetta di frutta e verdura, senza la possibilità di sceglierne il contenuto. (Le AMAP funzionano in maniera molto simile alla community supported agriculture, CSA, negli Stati Uniti.). Un’altra importante differenza è che, almeno all’inizio, l’unico prodotto che veniva ordinato erano le arance siciliane. Più di recente, ha spiegato Kuentz, stanno cercando di aggiungere singoli prodotti da piccoli agricoltori locali. Gli ordini restano comunque a cadenza più che mensile. Una difficoltà è dettata dal fatto che in Francia sono rimasti pochi piccoli produttori rispetto all’Italia, e che il sistema dei supermercati è molto più forte lì (basti pensare che la francese Carrefour è la sesta catena al mondo).

Tra i progetti futuri c’è quello di prefinanziare la coltivazione di avocado in Sicilia. Inoltre, a luglio si svolgerà a Veynes la Festa dei circuiti corti, un momento d’incontro e confronto tra le realtà francesi e quelle italiane (siciliane e piemontesi) sui temi della filiera agro-alimentare e del consumo critico.

Il secondo incontro ha avuto come protagonista Andrea Saroldi, uno degli esponenti più attivi dell’economia solidale, non solo piemontese ma italiana. Saroldi ha iniziato raccontando brevemente la storia dell’economia solidale in Italia, a partire dalle prime esperienze di commercio equo alla fine degli anni ’80, alla nascita dei gruppi d’acquisto nei primi anni ’90, e poi dei distretti di economia solidale (i DES), fino ad arrivare alla rete italiana di economia solidale (la RES). Saroldi si è poi soffermato sul tema della distribuzione all’interno dell’economia solidale, ovvero la ‘piccola distribuzione organizzata’, facendo diversi riferimenti alla nuova Piccola Guida al Consumo Critico curata da Massimo Acanfora (2016). Saroldi ha parlato delle seguenti iniziative: Aequos Coop, Piccoli Produttori Biellesi, la cooperativa sociale Corto Circuito, l’Emporio Primo Vere, il centro servizi Buon Mercato, Filiera Corta Solidale, e la già citata GASTorino. Per quanto riguarda le iniziative estere, Saroldi ha parlato di loonity in Svizzera e di Open Food Network in Australia.

La discussione si è poi spostata sulla mappatura delle realtà dell’economia solidale che la redazione della piattaforma online economiasolidale.net sta portando avanti da alcuni mesi. Il progetto di una nuova piattaforma per la rete di economia solidale italiana è nato nell’ambito del gruppo tematico nazionale sulla comunicazione. Saroldi ha spiegato che essa sostituirà due siti esistenti (retegas.org e retecosol.org) e diventerà il nuovo sito nazionale dedicato a GAS, imprese, reti di GAS, e distretti di economia solidale. A Torino e provincia è attivo da novembre dello scorso anno un progetto per sperimentarne le funzionalità, in accordo con i GAS e per coinvolgerli e invitarli all’iscrizione e all’utilizzo attivo del portale. Saroldi ha chiuso il suo intervento comunicando che la Cooperativa Sociale Isola, in accordo con GASTorino, ha proposto ai GAS locali, e in particolare a coloro che al loro interno si occupano di comunicazione, un breve seminario di formazione di tre incontri, a partecipazione libera e gratuita.

In conclusione, l’esperienza di Direfarecosolidale rappresenta, come recita il programma dell’evento, “le molte possibilità di ‘stare nella crisi’ e nella transizione in modo non passivo e rassegnato, per riprendere in mano l’idea del futuro e della sua costruzione.”

LAVORI CITATI

 

Prima persone? Dr Farinetti, Eataly e la narrazione della crisi

Prima persone? Dr Farinetti, Eataly e la narrazione della crisi

Il mese scorso, la American University of Rome ha conferito una laurea honoris causa in business ad Oscar Farinetti, fondatore della catena di negozi di cibo d’elite Eataly. Farinetti, piemontese doc, si era iscritto alla facoltà di economia e commercio dell’Università di Torino negli anni ’70, per poi abbandonarla a sette esami dalla laurea. Dopo una lunga carriera nell’azienda di famiglia, la catena di elettronica Unieuro, nel 2002 Farinetti decise di vendere tutto alla multinazionale Dixons Retail e aprire Eataly usando il ricavato di quasi 400 milioni di euro. Dal 2007, Eataly ha continuato a crescere, aprendo in Germania, Danimarca, Turchia, Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, Giappone e Brasile. Durante il discorso di proclamazione, Richard Hodges, presidente della American University, ha detto di Farinetti: “Il suo successo è il risultato diretto di innovazione e creatività combinate, che hanno raggiunto l’obiettivo di offrire una vasta gamma di prodotti di alta qualità, difficili da trovare ma a prezzi accessibili, in tutto il mondo.”

Ricevendo il titolo di studio, Farinetti ha tenuto un discorso nel quale ha toccato numerosi argomenti d’interesse per il progetto ALTFOODCRISIS.

L’imprenditore piemontese ha iniziato richiamando la storia del marketing, particolarmente del suo ‘inventore’, Philip Kotler, e le sue famose quattro ‘P’: prodotto, prezzo, placement e promozione. “Tutti noi che ci siamo occupati di marketing” ha detto Farinetti “abbiamo lavorato intorno alle sue quattro P. Abbiamo inventato Prodotti, deciso Prezzi, trovato e costruito Placement, ed escogitato Promotion … E ci è andata bene per tanti anni, siamo sempre cresciuti.” Per Farinetti, questa fase è dipesa dalla dinamica positiva tra tre elementi: lavoro, salario e consumo. “Un triangolo virtuoso che negli ultimi 150 anni ha dato origine ad una spirale che si è sempre ampliata. Sempre più numerosi e migliori posti di lavoro, salari in crescita e di conseguenza maggiori volumi nei consumi. Sembrava che questo semplice meccanismo non dovesse mai arrestarsi, una meraviglia: vita più lunga, migliore distribuzione della ricchezza, la classe media, vera protagonista del consumo, sempre più ampia.” L’imprenditore non ha mancato di ricordare (forse per fare piacere ai suoi ospiti?) come “nell’affermarsi del Capitalismo come modello vincente non poco ha giocato la sconfitta definitiva, 27 anni fa, del modello antagonista, il Comunismo.” Insomma, tutto filava liscio, fino a farci credere che la potenza armonica del capitalismo fosse automatica e invincibile.

Questa lunga fase positiva si è interrotta, per Farinetti, con la crisi globale del 2008: “Ci siamo ritrovati smarriti … È subentrata in noi la sensazione di trovarci di fronte ad un mutamento profondo dello scenario.” Questa l’analisi della situazione attuale da parte dell’imprenditore piemontese: “Il mondo dei servizi, che porta in sé un maggiore cinismo verso la ricerca del profitto, ha prevalso su quello dell’economia reale. E poi nuove formidabili invenzioni, nate con lo scopo di migliorare la nostra vita, stanno inesorabilmente e con una velocità che appare incontrollabile distruggendo i posti di lavoro. Meno lavoro, minori salari, consumi in caduta. La spirale sembra aver cambiato verso.” Per Farinetti, il nuovo ruolo dell’imprenditore deve essere di guardare in “alto verso le relazioni umane, la distribuzione della ricchezza, la creazione di opportunità, il rispetto di chi è in difficoltà.” E ancora: “Occorre (perché da quella crisi non siamo ancora usciti) occuparsi di temi più alti rispetto alle solite mosse utili a vendere. È in ballo il modello sociale e tocca soprattutto a noi imprenditori avere una visione e un atteggiamento di responsabilità sociale, un nuovo rapporto con il profitto. Insomma, è arrivato il momento di occuparci della quinta P: People, la gente.”

Farinetti si è soffermato in particolar modo sul problema delle diseguaglianze sociali: “Assistiamo ad una nuova e dannosa concentrazione della ricchezza, la classe media si contrae e nascono nuove aree di povertà e malcontento. Un alto numero di imprenditori e di managers, specie nel mondo della finanza, si dimostra cieco ed egoista, vuol essere sempre più ricco. Con un’inarrestabile sete di egoismo influenza la politica e trova modi e luoghi sempre più raffinati per ridurre l’impatto fiscale sui propri guadagni. Meno soldi per gli Stati determinano minori servizi e pericolosi disagi sociali.” Diversi i temi di attualità cui il fondatore di Eataly ha fatto riferimento: “Un manager che si fa pagare 400 volte il salario mediano della impresa che dirige non è solo avido ma danneggia sia l’impresa stessa che l’ambiente economico. Un imprenditore che trasferisce la sede in paradisi fiscali al puro scopo di pagare meno tasse impoverisce il Paese che ha dato origine alla sua fortuna con gravi danni per la coesione sociale. L’aggressività delle lobby che ha impedito l’approvazione di regole cautelative nel sistema bancario ha prodotto danni enormi a tanti piccoli risparmiatori ma anche il fallimento stesso di alcune banche e minori prospettive di profitti per quelle rimaste.”

Per Farinetti, “occorre mettere insieme etica e profitto per capire che avere maggiormente a cuore una più equilibrata distribuzione della ricchezza non deve essere dettato solo dalla bontà, ma costituisce la strada maestra per salvare il nostro modello sociale ed economico, fondato sul Capitalismo.” L’imprenditore piemontese ha concluso invitando a ripensare il valore del profitto, “riequilibrandolo con altri valori finalizzati a costruire armonia tra le persone. La P di People.”

* * *

Sebbene la ricostruzione storica di Farinetti contenga notevoli imprecisioni (la dinamica positiva tra lavoro, salario e consumo è durata molto meno di 150 anni), la sua narrazione della crisi è accattivante. La laurea in marketing è sicuramente meritata. In certi momenti, il suo discorso suona quasi come una critica del neoliberismo tout court, o del finanzcapitalismo (Gallino 2011), e persino l’astuta trovata sulla quinta P del marketing (le persone) sembra riecheggiare uno dei testi classici del movimento ‘no-global’, Prima Persone di Vittorio Agnoletto (2004). Vale quindi la pena di ricordare come Farinetti sia stato oggetto non solo di racconti agiografici (Sartorio 2008), ma anche di profonde critiche (Bukowski 2015). Vediamo quali.

Le critiche al modello Eataly possono essere riassunte in tre temi: elitismo, diritti dei lavoratori, e rapporti con la politica.

Nonostante la retorica dei media e le reppresentazioni aziendali parlino di cibo di qualità accessibile a tutti, per molti Eataly non si discosta in nulla, se non nelle superfici, da altri rivenditori di prodotti alimentari d’eccellenza dall’alto valore aggiunto, incluso il prezzo. Le ampie superfici dei negozi non rendono certo Eataly un supermercato, se non in un’accezione simile a quella di Whole Foods Market, la nota catena alimetare simbolo dei processi di distinzione sociale e consumismo delle classi medie riflessive (liberal) negli Stati Uniti (Johnston e Baumann 2015). Lungi dal rappresentare un rimedio agli effetti negativi del cibo-merce, per i suoi detrattori il caso Eataly rappresenta esattamente l’opposto, l’esaltazione del cibo come bene di lusso.

Il secondo tema che emerge dalle critiche rivolte all’azienda di Farinetti è quello dei diritti dei lavoratori. In Italia, diversi negozi Eataly sono stati al centro di aspre polemiche in merito alle forme contrattuali offerte ai lavoratori e alle relazioni sindacali intrattenute con essi. Notevole a questo proposito il caso di Firenze. In generale, l’accusa a Farinetti è quella di essere il portatore di un modello di lavoro precario e sottopagato, la cui dura realtà è camuffata dalla retorica del cibo buono, pulito e giusto di Slow Food. Accuse molto simili sono state rivolte all’Esposizione Universale di Milano dello scorso anno, all’interno della quale Eataly ha allestito un padiglione, e che non a caso aveva come tema il cibo. Lo stesso si potrebbe dire persino della lotta dei lavoratori McDonald’s, azienda che, in teoria, rappresenta l’opposto di Eataly. Per alcuni, c’è quindi una triste ironia nella discrepanza tra il discorso di Farinetti alla American University e il fatto che il lavoro precario è oggi uno dei maggiori fattori di creazione della disuguaglianza sociale (Saraceno 2015).

Il terzo tema di critica è quello dei rapporti con la politica. Come ampiamente documentato sia dai suoi detrattori (Bukowski 2015) che dai suoi celebratori (Sartorio 2008), Farinetti gode di un considerevole capitale simbolico presso l’establishment politico attuale. Questo si è spesso tradotto in quelle che alcuni vedono come ingiustifcate agevolazioni alla sua attività commerciale, ad esempio per quanto riguarda l’espletamento di formalità burocratiche come la concessione di autorizzazioni, ma anche degli spazi stessi dove far sorgere le nuove filiali dell’azienda. Tra i casi più memorabili, oltre alla primissima sede di Torino, concessa gratuitamente dall’allora sindaco Chiamparino per 60 anni, si possono ricordare il caso di Bari, quello della futura Fabbrica Italiana COntadina (FICO) di Bologna, e anche lo stesso padiglione presso Expo Milano 2015.

Per concludere, il caso Eataly sembra incarnare alla perfezione le contraddizioni di quello che la sociologa Harriet Friedmann (2005) ha definito il “regime del cibo aziendal-ambientalista” (corporate-environmental food regime), nel quale i valori critici portati avanti in passato da movimenti come quello dell’agricoltura biologica e del commercio equosolidale vengono trasformati in valori commerciali per la creazione di profitto.

(Questo post ha usato materiale tratto dai comunicati stampa della American University of Rome)

LAVORI CITATI

Torino bio: comunicare i valori dell’agricoltura biologica

Torino bio: comunicare i valori dell’agricoltura biologica

Sabato e domenica scorsi si è tenuta “Torino Bio”, una due giorni organizzata dalla Cia – Agricoltori Italiani e da Anabio (Associazione Italiana di Agricoltura Biologica), dedicata all’agricoltura biologica e alle produzioni biologiche piemontesi. L’iniziativa s’inseriva nel cartellone di “Green Weeks”, la rassegna promossa da Città di Torino e dalla Fondazione Torino Smart City in programma dal 20 maggio al 5 giugno. L’iniziativa si è svolta all’interno della Galleria San Federico e lungo i portici di via Roma, dove è stata allestita una mostra mercato con la presentazione e la vendita di prodotti biologici del Piemonte.

Obiettivo della manifestazione è stato quello di comunicare i valori dell’agricoltura biologica e di proporre le migliori produzioni biologiche locali. La due giorni è stata inaugurata sabato con un workshop nella Galleria San Federico, nel quale si è discusso di sostenibilità economica e sociale, di tutela della biodiversità, valorizzazione delle produzioni locali, difesa del paesaggio, e sviluppo del bio-turismo. Al workshop hanno preso parte il sindaco di Torino Piero Fassino, il presidente nazionale di Cia – Agricoltori Italiani Dino Scanavino, l’assessore all’Ambiente del Comune Enzo Lavolta, il presidente nazionale di Anabio Federico Marchini, il presidente della Fondazione Biodiversità di Slow Food Piero Sardo, il presidente di Città del Bio Antonio Ferrentino, il presidente della Fondazione Biodinamica Carlo Triarico, e la presidente piemontese dei giovani Cia, Raffaela Mellano, che guida una cooperativa che fornirà per tre anni la carne biologica a McDonald’s (vedi il mio post precedente).

Numerose le notizie positive sul biologico emerse durante il workshop. I consumatori sono molto più attenti e consapevoli di un tempo. L’attenzione al “green” fa breccia anche al momento di fare la spesa ed ecco che le vendite “bio” bruciano record su record, mentre gli agricoltori italiani proseguono in modo serrato la conversione colturale da convenzionale a biologico. Il mercato del biologico tira: nei primi 4 mesi del 2016 si registra un nuovo incremento del 19% del fatturato. La costante crescita della domanda di prodotti da agricoltura biologica dal 2000 a oggi – hanno spiegato Cia e Anabio – ha mutato la geografia produttiva italiana: oltre l’11% della superfice coltivata utilizza questo metodo di produzione e sono cresciuti sensibilmente i volumi delle derrate da immettere sul mercato, dove le risposte positive non sono arrivate solo dal mercato interno ma anche dall’export, con valori incoraggianti. Non è un caso se le stime indichino come un italiano su 5 prediliga l’acquisto di prodotti da agricoltura “bio” e uno su dieci inserisca nella propria busta della spesa, ogni mese, almeno un prodotto biologico: latte, uova, vino, frutta e verdura sono in testa alla lista delle preferenze. Tradotto, parliamo di un segmento dal fatturato pari a 2,1 miliardi di euro, che sale a 2,5 aggiungendo la voce “food-service” (ristorazione e bar).

A conti fatti, in un quadro complesso e problematico dell’agricoltura italiana – si è detto nel corso del workshop – sono due gli elementi di particolare positività: da una parte la crescita del biologico e dall’altra il buon riscontro sugli acquisti dei prodotti IG (indicazione d’origine certifica e garantita a livello europeo). Questo è sinonimo di una tendenza che vede il nuovo consumatore più orientato verso prodotti “environmentally correct” e che vuole vederci chiaro sull’origine del cibo che acquista. “I numeri sono incontrovertibili e ci dicono – ha spiegato il presidente nazionale della Cia Dino Scanavino – che il comparto del biologico è un traino importante per tutto il settore, una delle tendenze positive assieme al mercato dei prodotti a marchio d’origine garantita come Dop e Igp, che valgono 13,5 miliardi d’euro l’anno. Segmenti che spingono il settore primario ma che al momento non bastano, perché se allarghiamo l’orizzonte dobbiamo anche dire che l’agricoltura italiana nel suo complesso è attraversata da molte difficoltà di mercato e di competitività, con molte filiere di qualità ma in grande sofferenza, prezzi sui campi in caduta libera (-20% in media) e costi di produzione e burocratici alle stelle”.

L’agricoltura biologica consuma in media il 25% di energia in meno dell’agricoltura convenzionale e meno della metà di energia derivata da fonti fossili (principale causa della produzione dei gas serra) per unità di prodotto realizzato. L’agricoltura biologica utilizza solo concimi organici e metodi naturali per aumentare la fertilità del suolo e la resistenza delle piante a parassiti e malattie. Essa prevede inoltre la pratica del sovescio, che stimola l’accumulo di sostanza organica, operazione fondamentale per trattenere l’acqua nel terreno (si stimano 1000 m3 di acqua ad ettaro trattenuta in più rispetto ai terreni convenzionali). Attualmente sono solo 42 i principi attivi biologici impiegati, per lo più innocui o tollerabili, contro gli oltre 400 dell’agricoltura convenzionale. Nel 2014 sono state utilizzate 313 tonnellate di principi attivi biologici contro le oltre 59 mila tonnellate dell’agricoltura convenzionale (Ispra 2016:111). L’agricoltura biologica e le sue pratiche agricole sono un “bene comune”, un servizio fondamentale all’ambiente, alla biodiversità, alla salute e al benessere delle popolazioni della terra. L’agricoltura biologica rappresenta una delle migliori innovazioni in campo agricolo e alimentare dell’ultimo secolo, basata sulla riscoperta di un approccio eco-sistemico, socialmente inclusivo ed economicamente e ecologicamente resiliente per la produzione di alimenti e materie prime rinnovabili. Questi i valori del biologico.

(Questo post ha utilizzato materiali dei comunicati stampa della Cia – Agricoltori Italiani)

LAVORI CITATI:

ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) 2016. Rapporto nazionale pesticidi nelle acque 2013-2014. Roma: ISPRA.

When David supplies Goliath: A story about organic meat and McDonald’s from Piedmont

When David supplies Goliath: A story about organic meat and McDonald’s from Piedmont

Last month a number of media outlets ran the story of Raffaella Mellano, whose cooperative, located in the Turin province, has been chosen to supply meat to McDonald’s 520 Italian restaurants for the next three years. The story, which is actually from 2015, has attracted attention due to the fact that the farms in question are certified organic and biodynamic.

Mellano is a fifth-generation farmer with a degree in political sciences, who has decided to continue her family’s tradition of raising livestock. She has created a cooperative with four other small farms, called Natura e Alimenta, which employs more than twenty people. The coop raises over one thousand cattle, though not all of these are destined for slaughter, and will provide McDonald’s Italy with a minimum of one hundred animals per year. The contract was awarded through the company’s project Fattore Futuro, a play on words that can mean both ‘future factor’ and ‘future farmer’. The project was launched during the Universal Exposition held in Milan last year, and is aimed at supporting young Italian agricultural entrepreneurs.

The actual delivery of meat will take place thanks to an agreement with Inalca, part of the Italian group Cremonini, which currently supplies 80% of the meat consumed in Italy’s McDonald’s restaurants. The two businesses go back a long way. In the mid-1990s, Cremonini sold Burghy, the country’s first fast food chain, which it owned, to McDonald’s, allowing the US giant to benefit from an already established clientele (see Scarpellini 2014). The Cremonini group is now the largest meat supplier in Europe, processing half a million tons of meat every year, with a revenue of 3.5 billion euros ($4.6 billion) in 2013. All this explains how it is able to work with McDonald’s, considering the 15 million Big Macs the company sells each year in Italy.

Compared to these figures, Mellano’s one hundred organic cows seem like a drop in the ocean. While McDonald’s sees this initiative as corporate social responsibility, others may see it as corporate greenwash, especially considering the well-documented social and environmental impacts of industrial meat production (see Sage 2012).

Italy is not the only country where McDonald’s is trying to transform its public image. In the UK, for example, a process of ‘poshification’ is taking place. By autumn of this year, 400 of the company’s restaurants will offer table service, something of a counter-revolution for an enterprise that built its business model (and profits) on getting rid of waiters and making customers order and collect their food. Restaurants are also been fitted with charging points for mobile phones, tablets for children to play on, digital kiosks for ordering food, the option to customize burgers, and a range of gourmet burgers called Signature. In Italy, the company recently went as far as opening a restaurant incognito, called Single Burger, aimed at the gourmet market. Allegedly owned and run by two former contestants of the famous TV program Masterchef, the restaurant was eventually revealed to be selling the new Bacon Clubhouse hamburger, prepared by McDonald’s members of staff using the company’s machinery and raw ingredients. The moment of revelation was, of course, recorded on camera and is now a promotional video. The restaurant itself has been renamed McDonald’s Premium.

The story of Mellano’s relationship with McDonald’s may also be viewed as an example of the so-called ‘conventionalization’ of organic food, the historical process by which the organic agri-food system is becoming more and more similar to the conventional one (see Pratt 2009). This process has been at the center of fierce debates for a long time, not just in the scientific literature, but also in the public arena, as Michael Pollan’s intervention and the famous documentary Food, Inc. both show. Luckily, conventionalization is not the only story in town, as the opposite process is also taking place, repeasantization (see van der Ploeg 2008), with farmers all across Europe abandoning industrial agriculture in favor of more socially and ecologically sustainable alternatives.

WORKS CITED

Etnografie del contemporaneo: il post-agricolo e l’antropologia

Etnografie del contemporaneo: il post-agricolo e l’antropologia

La settimana scorsa ho preso parte al seminario ‘Il post-agricolo e l’antropologia’, organizzato da Roberto Beneduce e Barbara Sorgoni (UniTo) nell’ambito del ciclo d’incontri di Metodologlia della Ricerca Etnografica del Dottorato in Scienze Psicologiche, Antropologiche e dell’Educazione. Il relatore, Vincenzo Padiglione (Università La Sapienza di Roma), ha presentato il numero speciale della rivista Antropologia Museale che dava il titolo al seminario. I discussants erano Adriano Favole e Roberta Zanini, entrambi dell’Università di Torino. Davvero numerosi i temi d’interesse per il progetto ALTFOODCRISIS.

Nel suo intervento introduttivo, Favole ha parlato del recupero immaginario del rurale nelle società contemporanee, testimoniato dall’utilizzo museale di oggetti prima destinati alle discariche, o dall’uso di oggetti della ruralità come forma di desiderio del consumo da parte dei ristoranti. L’epoca post-agricola è quindi, per Favole, la nuova immaginazione del settore primario, fatta da un coacervo di esperienze come il biologico, l’omeodinamico, gli orti urbani, ma anche dai beni confiscati alla mafia, tutti luoghi in cui si sperimentano nuove forme di produzione come forme di cittadinanza ambientale. Non vecchi modi di produrre, ma attività che (ri)creano relazioni sociali. Favole si è chiesto se si possa parlare di smart fields, come si parla di smart cities. Importanti novità esistono anche negli ambiti della distribuzione e del consumo: GAS, AFNs, Genuino Clandestino. Ciò che accomuna tutte queste esperienze è il fatto di mescolare categorie in passato ritenute rigide: locale e globale, tradizionale e moderno, città e campagna, reale e virtuale. Da qui il senso del prefisso ‘post’ come segno dell’irriducibile pluralismo che caratterizza la postmodernità. Concludendo, Favole si è interrogato sul ruolo che gli antropologi possono avere nello studio di questi fenomeni, suggerendo di leggerli come parte della sharing economy.

Padiglione ha iniziato anch’egli interrogandosi sul ruolo degli antropologi, in particolar modo rispetto alla loro capacità di comunicare con un pubblico più ampio. La scrittura antropologica è molto spesso densa, ma non necessariamente efficace. Per tentare di porre rimedio a questo problema, il numero speciale di Antropologia Museale sul post-agricolo consiste in un format diverso dal solito: una serie di voci brevi, cui hanno lavorato 62 antropologi. Il numero vuole quindi essere un’occasione per far conoscere la disciplina fuori dai soliti steccati, ma anche per mettere in comunicazione studiosi che alle volte non conoscono i reciproci lavori a causa della litigiosità delle baronie accademiche.

Entrando nel merito, Padiglione ha voluto subito chiarire come il prefisso ‘post’ non vuole dare l’idea di una fase successiva. Non è quindi riconducibile ad un paradigma evoluzionista. Ma serve a indicare un processo di elaborazione concettuale che rimette in causa le categorie solitamente adoperate per interpretare la produzione, lo scambio e il consumo di cibo. A sua volta, l’aggettivo ‘agricolo’ è per Padiglione da preferire a quello ‘rurale’, che tende a spostare l’attenzione sulle questioni del paesaggio, mentre l’enfasi vuole essere su fenomeni che partono dalla produzione. Di qui la centralità della questione agraria. Padiglione ha ricordato come, nel dopoguerra, la questione agraria sia stata centrale nel dibattito culturale italiano. Il lavoro di Ernesto de Martino, uno dei padri fondatori dell’antropologia nostrana, s’inserisce in questo filone. Forse, questa la suggestione di Padiglione, il filone andrebbe riscoperto, sebbene oggi la questione agraria si ponga in modo molto diverso. (A tal proposito, è interessante notare come la questione agraria sia uno dei temi chiave di due tra le riviste antropologiche più prestigiose al mondo: Journal of Peasant Studies, primo impact factor al mondo secondo Thomson Reuters, e Journal of Agrarian Change, ottavo impact factor secondo Scimago.)

Padiglione ha continuato spiegando l’interesse di una rivista come Antropologia Museale per i temi dell’agricoltura, dovuta al fatto che quasi tutti i musei etnografici d’Italia sono musei dell’agricoltura. Ma la modernità ha ormai cancellato le tracce di quei mondi; in questi musei non troviamo più la contemporaneità. Questo è contraddittorio per una disciplina come l’antropologia, perchè equivale a cancellare il senso dell’approccio etnografico. Dov’è il presente delle campagne? E’ questo presente che va affrontato dagli antropologi, aggiornando e rinnovando i musei. Padiglione ha anche ricordato che molti di questi musei nacquero negli anni ‘70 come risultato di una tensione politica (molti furono fondati da cooperative) che non dimenticava il presente. All’epoca, questi luoghi furono visti come una possibilità per il futuro. Uno dei primi musei del mondo agricolo, ad esempio, fu creato da Gino Girolomoni, il fondatore di Alce Nero e uno dei padri del biologico in Italia. Altre esperienze nacquero dall’occupazione delle terre e dal radicalismo di quegli anni.

Padiglione ha discusso a lungo della nuova vitalità del mondo agricolo, che costruisce appartenenze identitarie ma anche forti conflitti. Il termine post-agricolo serve da passepartout per comprendere le connessioni tra agricolo e industriale, locale e globale, digitale e reale. Siamo di fronte ad un grande groviglio, o ad una situazione porosa (qui Padiglione ha citato Walter Benjamin su Napoli). Solo uno sguardo intimo e straniante può cogliere le differenze e la sovrapposizione di strati. Post-agricolo vuol dire un agricolo più dinamico, con un forte investimento economico nel settore. Ma anche più variegato, con la compresenza di tante realtà diverse: il contadino, l’imprenditore, l’ortista fai-da-te. È una situazione più relativista che in passato, e non possiamo dire quale sarà il futuro. Nessuno può sapere quale forma prevarrà domani. La multifunzionalità è sicuramente molto presente. Post-agricolo vuol dire anche più inclusivo, con lo sviluppo dell’agricoltura sociale che mira a includere soggetti deboli. Più connesso, con l’isolamento del mondo rurale che sta finalmente scomparendo. Ci sono le reti digitali, ma anche i gruppi di acquisto solidale, che creano occasioni di socialità quando consumatori e produttori s’incontrano. Post-agricolo vuole anche dire più paradossale, con il recupero di saperi antichi a lungo considerati obsoleti.

Post-agricolo vuol dire più profetico e più conflittuale. Qui Padiglione ha richiamato ancora Benjamin, per sostenere che la campagna è un “luogo profetico”, che c’impegna alla trasformazione. C’è una dimensione messianica nella campagna, di frontiera, di vuoto, che può consentirci di de-saturare il presente (qui Padiglione ha citato il concetto Lacaniano di déprise) per immaginare il futuro in modo diverso. La gente parla della terra come Terra Madre, che ci dà da mangiare, e questo è fondamentale per il nostro futuro. Ma il mondo agricolo è anche un ambito fortemente conflittuale, un luogo lacerato da guerre economiche e scientifiche, che va ricomposto. L’atto di mangiare è un atto politico, una situazione da cui originano idee come la “gastropolitica” di Appadurai, o il concetto di foodscape, che pone l’attenzione su come la filiera del cibo sia nascosta. Questo è vero sia dal punto di vista materiale che simbolico. Esistono tutta una serie di significati nascosti, soprattutto nei mega-eventi come Expo Milano 2015, ma anche come Terra Madre di Slow Food. Nel secondo caso, il pericolo è quello di una estetizzazione ed essenzializzazione del cibo, frutto di una logica urbana che vuole cancellare tutta una serie di elementi che non le interessano. Come antropologi, questo il suggerimento finale di Padiglione, dovremmo essere in grado di decostruire questa ed altre logiche fuorvianti.

Dopo Padiglione è intervenuta Roberta Zanini, secondo discussant della giornata. Zanini ha preso spunto dall’idea di campagna come luogo vuoto, che ritorna in almeno tre dei contributi presenti nello special issue, quello di Pier Paolo Viazzo (anch’egli presente al seminario) sui nuovi abitanti della montagna piemontese, quello di Vito Teti sull’idea di paese, e quello di Bernardino Palumbo sui luoghi vuoti in Sicilia. Zanini ha quindi fatto notare che mentre nel caso discusso da Palumbo, ad esempio, gli spazi vuoti sono in realtà pieni, ma di cose che spesso non hanno senso agli occhi di chi le guarda (ad esempio, gli effetti indesiderati dello sviluppo, le forme di illegalità, ecc.), nelle alpi esistono davvero dei luoghi vuoti, o meglio svuotati dal traumatico passaggio alla modernità, che ha reso questi luoghi paradossalmente più chiusi che in passato, in una sorta di profezia auto-avverantesi. E’ questo vuoto che ha creato il contesto per accogliere i nuovi abitanti della montagna, fenomeno che Zanini ha studiato in maniera approfondita (si veda il suo recente libro sull’argomento). Oggi esistono quindi i montanari per nascita, quelli per scelta, ma anche quelli per forza, come i richiedenti asilo e i rifugiati che sono spesso ospitati in comunità alpine. Anche questo, per Zanini, è un problema (di cittadinanza) che riguarda il mondo post-agricolo.

Tra gli interventi d’interesse del dibattito quello di Viazzo, il quale è ritornato sui dilemmi che l’antropologia si pone circa il suo ruolo, facendo notare che la disciplina può offrire, tramite l’approccio etnografico, un chiaro contributo alla comprensione dei fenomeni sociali, che consente di cogliere aspetti (quali i conflitti, i confini) che altri approcci non sono in grado di vedere (ad esempio quello territorialista). Un esempio di queste possibilità è stato il recente progetto Territori, memorie, frontiere: etnografie italo-svizzere per la valorizzazione del patrimonio immateriale.

NOTA BIBLIOGRAFICA

Esiste ormai un’ampia letteratura antropologica sui temi del cosiddetto ‘post-agricolo’. Per iniziare, si possono vedere i seguenti testi recenti:

The flavor of moral outrage: the Panama Papers and Iceland

The flavor of moral outrage: the Panama Papers and Iceland

The recent resignation of Iceland’s prime minister Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, following the publication of the Panama Papers (a cache of 11.5m files from the database of Mossack Fonseca, the world’s fourth biggest offshore law firm), offers an interesting example of how food can become a means for expressing moral sensibilities about austerity. The leaked documents show that in 2007 Gunnlaugsson and his wife bought a British Virgin Islands-based offshore company called Wintris to invest substantial sums of money. Though there is no evidence thus far of tax avoidance, evasion, or of any dishonest financial gain, the public reaction in Iceland, a country that saw drastic impoverishment after 2008, has been one of outrage.

In light of these events, ice-cream maker Jonas Haukdal, a citizen of Reykjavík, decided to create a new flavor of ice-cream, a blend of lemon sorbet and vanilla dusted with liquorice, calling it Wintris, the name of the offshore company in question. Haukdal described the new flavor on Facebook as “sour, with a strong dose of arrogance and laced with lousy excuses”, in obvious reference to the prime minister’s conduct.

The use of food and flavor as metaphors for feelings about the wider social world has been well documented in the anthropological literature. Bitterness is a very good example of this process. In his study of the Weyéwa of highland Sumba, for example, Kuipers (1984) explores the metaphorical use of taste words to talk about certain objects: a girl, a rice field, or a sacrificial animal can all be described as “bitter” if they are somehow intractable. Another excellent example is Farquhar’s (2002) ethnography of changing subjectivities in China, where she describes how people’s relations to others and to the Communist Party are often metaphorically talked about as “eating bitterness”. Painful memories or injustices are referred to as the amount of bitterness that “they or their family members have swallowed in the past”. Here flavor and taste move between the personal and the political, as they do in the ice-cream example mentioned above. Icelanders are probably wondering how much more bitterness they will have to swallow after the revelations of the Panama Papers.

CITED WORKS