Piatti a domicilio: quando la “filiera corta” va storta

Piatti a domicilio: quando la “filiera corta” va storta

Foodora è un’azienda di origine tedesca (fa parte del gruppo Rocket Internet) che utilizza una piattaforma web per distribuire a domicilio i pasti di ristoranti di qualità, impiegando per le consegne fattorini in bicicletta (per lo più ragazzi e ragazze di 20-25 anni). In Italia è presente a Torino e Milano. L’idea è quella di soddisfare, sottolinea Foodora, “vegetariani, vegani, amanti della cucina esotica, del sushi o degli hamburger”. Per alcuni si tratta anche di un altro tassello nella rivoluzione del traffico commerciale in città, con la lenta sostituzione di puzzolenti e sgangherati furgoni con mezzi sostenibili, si tratti di biciclette o di veicoli elettrici. Tutto bene, quindi? Non proprio.

Nei mesi scorsi, i lavoratori torinesi sono entrati in agitazione per denunciare le condizioni in cui operano. In passato i turni, che sono comunicati all’ultimo momento dopo che un cliente ha fatto l’ordine, erano pagati appena 5 euro l’ora. L’azienda ha poi cambiato il compenso, portandolo addirittura a 2,70 euro per ogni consegna, senza un fisso, con l’ovvia conseguenza che quando non ci sono ordini non si è pagati, ed il proprio tempo è quindi a tutti gli effetti regalato all’azienda (vedi qui la testimonianza di un fattorino). I lavoratori sono legati a Foodora da un contratto co.co.co., e non hanno diritto a ferie, tredicesima, contributi e mutua. Dopo avere chiesto invano di parlare con i responsabili dell’azienda, i fattorini hanno deciso d’intraprendere la strada sindacale. A seguito di quest’azione, si è tenuta una telefonata via Skype con gli amministratori delegati di Foodora Italia, ai quali è stato chiesto di eliminare il co.co.co e il cottimo, e di passare a un contratto part-time verticale con una paga oraria fissa di 7,50 euro netti (in applicazione del contratto della logistica), un bonus di un euro a consegna, un contributo per le riparazioni della bici commisurato alle ore di lavoro, e un contributo per le spese internet del cellulare.

Solidarietà ai lavoratori è stata espressa da alcuni ristoratori, che hanno fatto notare come la precarietà non può giustificare lo sfruttamento, soprattutto se si considera che la percentuale che viene chiesta da Foodora al ristoratore è del 30% sul valore dell’ordine (25% se si decide di tirare), oltre al costo fisso di consegna di 2,90 euro a carico del cliente cui viene portato il pasto a domicilio. Anche l’assessore alle Pari Opportunità del Comune di Torino e il collega con deleghe al lavoro si sono espressi in favore della lotta dei lavoratori, convocando i vertici dell’azienda in comune, i quali non si sono però presentati. Lo stesso ha fatto il Ministro del Lavoro, il quale ha mandato gli ispettori nell’azienda, per verificare se vi fossero violazioni della legge.

In seguito a questi eventi, Foodora ha fatto una nuova offerta ai lavoratori, che è stata però rifiutata, visto che non cambiava il sistema del compenso a cottimo. Dopo un incontro tra i vertici dell’azienda e i fattorini ai primi di novembre, non si hanno più notizie sull’esito della trattativa.

Advertisements

L’autunno in festa delle economie solidali piemontesi (3/3)

L’autunno in festa delle economie solidali piemontesi (3/3)

Sempre a ottobbre, praticamente in contemporanea con la festa della rete RES.TO, si è svolta a Ivrea la fiera dell’economia solidale e sostenibile SanaTerra, che si tiene con cadenza biennale dal 2004. Quest’anno è giunta alla sua settima edizione, mettendo sempre al centro temi ineludibili per la società come il consumo critico, la riduzione dei rifiuti, la produzione sostenibile di beni ed energia, e un lavoro “equo” che rispetti sia l’uomo che l’ambiente. Su questi temi fondamentali per il nostro futuro si sta muovendo un universo d’iniziative e di progetti che si sono mostrati in tutta la loro vitalità durante la fiera. Una giornata intera per incontrare la città, stringere più fortemente legami e interconnessioni, e provare a costruire una risposta complessiva e condivisa alla crisi del sistema attuale. Le aziende che hanno esposto a SanaTerra i propri prodotti (frutta e verdura, marmellate e miele, pane, latte e formaggi, vino, abbigliamento, scarpe e molto altro) non vogliono semplicemente vendere un prodotto di qualità, ma raccontare una storia, una scelta e un progetto di cambiamento. SanaTerra vuole sostenere queste persone con la consapevolezza che c’è un orizzonte comune da perseguire, insieme a tutti i gruppi e le associazioni che sul territorio piemontese si occupano di commercio equo, legalità, mobilità sostenibile, comunicazione e tecnologie etiche, risparmio energetico, finanza etica, cooperazione e pace.

L’argomento centrale dell’edizione di quest’anno è stata la questione dell’accesso al cibo, intendendo con ciò la possibilità per tutti, non solo per una fascia di popolazione culturalmente ed economicamente privilegiata, di accedere a un cibo buono, sano e locale. I fattori che sottendono e influenzano le scelte di acquisto quotidiano sono molti: fattori sociali (le reti relazionali in cui si è immersi, la famiglia, gli amici, la comunità); fattori culturali (solo per richiamarne uno, l’educazione al consumo critico); fattori di tempo (informarsi, fare la spesa, cucinare richiede tempo e volontà); fattori economici (il prezzo è spesso percepito come la barriera più grande, perché non è sempre facile comprendere che il “giusto” prezzo serve a sostenere i piccoli produttori e a proteggere l’ambiente dal degrado, evitando costi aggiuntivi per la cura della salute e del territorio). Se da un lato questi fattori spesso concorrono all’auto-esclusione di alcuni cittadini dalla scelta di un cibo sano e locale, dall’altro è anche vero che i gruppi che promuovono modelli alternativi di produzione e consumo spesso non s’interrogano su come rendere accessibile il cibo di qualità a un bacino più ampio di persone, comprese le più svantaggiate.

Con questa edizione di SanaTerra, il GAS Ecoredia ha voluto iniziare questa riflessione, con l’intenzione di sperimentare percorsi d’inclusione e solidarietà attraverso il cibo. Un primo filone di approfondimento riguarderà le relazioni di solidarietà che intercorrono all’interno di un GAS, tra i produttori e i consum-attori, con l’obiettivo di dare visibilità alle problematiche che le piccole aziende locali incontrano in un sistema che privilegia le produzioni intensive e la grande distribuzione, ma anche di promuovere campagne di sostegno all’agricoltura e all’allevamento sostenibili. Un altro filone di riflessione condurrà il GAS a rivolgere lo sguardo verso l’esterno e a domandarsi come mettersi in gioco per facilitare l’accesso al cibo “giusto” anche alle persone che vivono in una situazione svantaggiata. Sarà qui necessario scardinare la convinzione che i circuiti alternativi di produzione e consumo siano necessariamente circuiti chiusi, esclusivi, facendo leva su quei fattori positivi da essi sviluppati, quali la costruzione di relazioni e di legami di comunità, la capacità di fare rete e creare sinergie con altri soggetti del territorio, che potrebbero, in maniera quasi rivoluzionaria, renderli protagonisti di percorsi di inclusione. In questa direzione si stanno già attivando collaborazioni con soggetti economici e sociali locali per potenziare i progetti di distribuzione di cibo, di recupero degli sprechi alimentari e di solidarietà già avviati in precedenza, e per sperimentarne di nuovi.

L’autunno in festa delle economie solidale piemontesi (2/3)

L’autunno in festa delle economie solidale piemontesi (2/3)

A ottobre si è tenuta la festa dei Gas della rete RES.TO (Rete Economia Solidale Torino Ovest) che con i loro produttori si sono messi in gioco per organizzare un evento nel comune di Buttigliera Alta. Lo scopo era quello di costruire insieme un’economia nuova. Come raccontano gli stessi protagonisti, sono stati giorni frenetici ma entusiasmanti. Alcune associazioni di Buttigliera hanno messo a disposizione l’attrezzatura per la cucina, hanno creato un evento parallelo (una camminata da Ferriera a Buttigliera) con ritrovo nella piazza dove erano presenti i produttori dello street food, e hanno tenuto laboratori di pittura e animazione per bambini. Il Comune ha messo a disposizione la sala consiliare e l’utilizzo del suolo pubblico a costo zero. Inoltre, per i produttori che arrivavano da lontano e per gli ospiti dei GAS francesi di Briançon, ha effettuato la visita guidata nell’archivio storico. L’incontro tra produttori italiani e consumatori italiani e francesi ha dimostrato che il cibo e la solidarietà non hanno confini. Tante le persone informate che giravano tra i banchi. Giulia Gonella, una giovane produttrice di vino biologico, ha raccontato che non le era mai capitato di ricevere clienti così “preparati e interessati”. Bellissima l’esperienza dello street food gestita dai produttori con i loro prodotti. La cena per 230 persone, preparata dai pescatori di Aqua e Bio & Mare, era squisita, nonostante il forno non funzionasse benissimo. Il menù era ottimo, accompagnato da vino e birra a km0 forniti dai produttori del Gas di Buttigliera.

I convegni organizzati durante l’evento sono stati molto frequentati e interessanti. I primi due, “Presentazione della Rete di Economia Solidale Torino Ovest” e “La fiscalità per i Gas” con Lidia Di Vece, commercialista di GasTorino, erano indirizzati più ai Gas. Quello di domenica pomeriggio, invece, “Legalità e consumo critico”, ha visto come relatori Maurizio Raschio, del presidio dell’associazione antimafia Libera in Valsusa, Luca Mercalli, noto meteorologo della trasmissione televisiva ‘Che tempo che’ fa e membro del Gas Dalbass di Avigliana, e Domenico Luppino, direttore della Cooperativa Giovani in Vita. Particolarmente sentito l’intervento di Luppino, produttore di olio d’oliva extravergine con marchio ‘Ndrangheta-free. La frase di S. Agostino che apre il loro sito comprende in pieno il significato della cooperativa sociale: “La speranza ha due bellissimi figli, lo sdegno e il coraggio. Sdegno per le cose come sono e coraggio per cambiarle”. Chi era presente ha potuto ascoltare dal vivo la testimonianza di chi combatte la criminalità organizzata guardandola in faccia tutti i giorni. Luppino e la sua famiglia hanno subito più volte minacce e attentati, ma nonostante ciò continuano col loro lavoro. La strada è quella di creare una produttività libera dalle mafie di ogni genere e colore, e sostenibile, cioè sostenuta da una comunità virtuosa e attenta. Luppino ha parlato anche della cosiddetta emergenza Xylella, chiedendo perchè l’Europa paga 120 euro per ogni ulivo malato che si abbatte, se risanarlo costerebbe solo 90 euro? La risposta è che dopo il taglio degli alberi, i terreni diventano immediatamente edificabili. Le possibilità di profitto sono quindi enormi. Dopo aver ascoltato la testimonianza di Luppino, uno dei commenti lasciati dal pubblico leggeva: “Sto aspettando l’olio nuovo, e lo comprerò da loro così come faccio tuttora con la pasta e il vino di Libera, perchè mangiando si lotta”. (Vedi qui per un servizio del TG2 sull’esperienza della coop Giovani in Vita, e qui, qui e qui per le registrazioni del convegno di Buttigliera).

Di seguito alcune testimonianze di chi ha partecipato alla festa, raccolte dagli stessi organizzatori.

Andrea di Aqua, allevamento sostenibile di orate e branzini in mare aperto: “L’idea di aderire alla manifestazione è nata un po’ così, tra qualche mail, alcune telefonate, e poi, perché dire di no? Abbiamo deciso di partecipare e non solo, anche di fare da mangiare assieme agli amici della cooperativa La pesca in rosa. Un po’ di timore c’era, non tanto per il numero di commensali, ma per la piccola cucina, vista solo in foto, e il fatto di non sapere con chi avremmo lavorato. Invece già dalle prime strette di mano per presentarsi e i primi sguardi, ho capito che la squadra era compatta e forte. È stata una serata fantastica, vedere i volti delle persone sorridenti e soddisfatte della cena, è quello che più ci ha ripagato delle fatiche fatte. Ma la manifestazione non è stata solo questo. Ho avuto il piacere di partecipare agl’incontri organizzati, tutti molto interessanti, in cui abbiamo avuto l’occasione d’interagire tra produttori e gasisti, scambiarci idee e condividere la bellezza di questo mondo nascosto che sono i Gas. La cosa impressionante di questa manifestazione è il numero di persone con cui sono entrato in contatto, non solo tra i numerosi gasisti, ma anche tra produttori, relatori e amministratori locali. Non posso far altro che fare i complimenti a chi ha organizzato tutto questo con tanta passione e dedizione. Come ho detto la sera della cena, le associazioni sono troppo importanti nella vita sociale di un comune ed è giusto sostenerle e far sì che sempre più persone ne facciano parte. Grazie ancora per averci dato la possibilità di partecipare!”

Rady di Bio & Mare, pesca sostenibile Marina di Carrara: “Questa è stata una delle feste che non dimenticherò mai. Le foto della cucina che ci aveva inviato Roberta non rendevano bene l’idea di quanto è grande e appena entrata pensai ‘…Ma è piccolissima…’. Però la cosa non mi ha spaventato, sono abituata a cucinare a bordo della barca… E poi è iniziato il vortice della preparazione della cena con l’aiuto di persone simpaticissime e instancabili. Era la prima volta che lavoravo con Andrea dell’Aqua, una splendida persona, è uguale a noi e si è creata una bellissima e allegra atmosfera. La preparazione della cena per 200 persone è diventata una passeggiata. Il mio momento preferito è quando vedo la sala piena e la soddisfazione sulle face delle persone. I Gas sono davvero un gran bell’esercito! Un’esperienza stupenda! Un’altra conferma che più siamo, più teste mettiamo insieme, meglio le cose riescono. Grazie di tutto!”

Silvana, gasista del Gas Pianezza: “A volte mi sembra che il mio contributo al Gas sia piccolo, alcuni di noi sono molto più attivi di me. Poi arriva il momento. Mi sono prestata in maniera incondizionata e come piace a me. Abbiamo passato 11 ore insieme a fare tutto quello che serviva per far sì che la cena riuscisse bene… E così è stato. Ho pensato che ognuno può essere utile al gruppo a modo suo, la diversità è una ricchezza, e mi sono ricordata delle parole di Primo Levi: ‘Perché la ruota giri, perché la vita viva, ci vogliono le impurezze, e le impurezze delle impurezze, anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale’.”

Monica, una visitatrice: “Domenica pomeriggio a ‘Economia solidale in festa’. Una gradevole passeggiata fra bancarelle di specialità artigianali locali: pane e dolci lievitati naturalmente, ortaggi, fra cui appariscenti, multiformi zucche, abbigliamento in canapa e lana grezza, scarpe ‘ecologiche’. Ma la ciliegina sulla torta (rigorosamente bio) è stata la conferenza sulla sostenibilità produttiva e la scelta consapevole del consumatore per indirizzare produzione e distribuzione. Sempre gradevole e molto interessante ascoltare Luca Mercalli, cui si sono affiancati altri produttori che hanno parlato della loro realtà. Sarebbe carino se l’anno prossimo partecipassero con i loro stand alcuni fornitori dei Gas francesi ospiti di quest’anno. Bravi gli organizzatori e i volontari che hanno lavorato per il successo della manifestazione!”

Vittoria Mastrogiacomo di Apolio srl: “Mi ha colpito moltissimo il modo in cui tutti erano coinvolti. Gli organizzatori in primis hanno reso tutto talmente conviviale, così da non sentirci lontani da casa ed accolti dai nostri stessi fruitori. Spiegare le produzioni e conoscere personalmente le splendide persone che acquistano i nostri prodotti a così tanti chilometri di distanza è stato davvero speciale! Per noi sapere che ci sono famiglie attente al vivere sano, e soprattutto attente alle diverse e particolari produzioni del proprio paese, lascia crescere la speranza a noi piccoli imprenditori che forse qualcosa può ancora darci la carica per continuare le nostre attività, in ogni parte d’Italia, con la consapevolezza che qualcuno dà ancora merito al nostro tanto faticato lavoro. Da parte nostra, la sincerità di offrire sempre il meglio a chi, come i Gas, riconosce tutto questo. Incontrare e scambiare opinioni con altri produttori per noi è sempre un piacere, poichè amiamo scoprire sempre cose nuove e spesso diverse. Saremmo stati bene in qualsiasi angolo di quella piazzetta. Una signora mi ha detto: ‘Non ho mai assistito ad una spiegazione così accurata per riconoscere l’olio. Grazie!’. Ne è stata entusiasta ed è proprio questo quello che cerchiamo di fare, una cosa che credo non si discosti da quella che è l’idea dei gruppi solidali che vogliono conoscere e sapere realmente come vanno le cose, soprattutto se riguardano ciò che mangiamo, perchè il cibo è vita, e la vita è migliore se lo è tutto il resto! Grazie ancora, e magari perchè no, durante la campagna olearia potreste unire una piccola delegazione e venire qui per conoscere non solo attraverso i racconti ma con tutti i vostri sensi la storia di un prodotto, per poi raccontarlo ad un incontro come quello organizzato a Buttigliera e poter dire davanti a tanta gente ‘Io l’ho visto, è proprio così!’. Grazie a Marco e al Gas La Cavagnetta di Torino e a tutti gli atri Gas che hanno organizzato questo evento. Spero a presto.”

Vincent, un gasista francese: “Buongiorno a tutti. Grazie tantissimo per vostra accogliere, vostra energia, vostra dinamica. Capiscono che siamo in un camino giusto, con voi, con le Gas. Grazie per le belle incontre. Un abbraccio a voi, nostre amici italiani.”

L’autunno in festa delle economie solidali piemontesi (1/3)

L’autunno in festa delle economie solidali piemontesi (1/3)

Nei mesi scorsi le reti alternative del cibo piemontesi hanno organizzato una serie di eventi per celebrare le loro attività. Questa serie di tre post si basa in larga parte sui materiali creati dagli stessi protagonisti.

A settembre si è tenuta ad Avigliana, nella terra dei due laghi, la terza edizione della Mostra Mercato delle Eccellenze ‘MangiaBio e ValdiMiele’. Oltre 80 banchi selezionati con cura dalla Pro Loco e dall’Unione Commercianti Artigiani, con il patrocinio del Comune e della Regione Piemonte. La mostra mercato è il risultato della sinergia tra due eventi storici di Avigliana, la Sagra del Miele, nata dieci anni fa con la partecipazione di cortigiani, sbandieratori, artisti di strada e truccatori, e la fiera MangiaBio, che si tiene da sette anni, con prodotti biologicamente testati e convegni su colture, difesa della terra e buona salute. Considerata la grande accoglienza riservata ad entrambi gli eventi, da tre anni i promotori organizzano un’unica mostra mercato, allo scopo di valorizzare l’agricoltura biologica e i prodotti del territorio. Vi trovano spazio numerose esperienze di filiera corta, così come produttori della Coldiretti, e rappresentanti dei gruppi di acquisto solidale (GAS). La manifestazione rappresenta ormai un’importante realtà di riferimento nell’ambito piemontese sia per la valorizzazione del biologico sia per l’aspetto didattico e turistico.

Anche quest’anno, consumatori e aziende hanno avuto l’opportunità di confrontarsi su produzione, consumi e recupero tra campi, orti e cucine. Nelle varie isole con espositori di alimenti, i consumatori hanno potuto verificare, conoscere e gustare la qualità di ogni ortaggio, frutto, verdura e derivato, coltivati e curati come un tempo. Era presente anche oggettistica realizzata da hobbisti e artigiani del luogo. Dentro la piazza e lungo il corso si sono alternati momenti di musica, spettacoli e giochi per bambini di tutte le età. Il pranzo, con portate particolarmente genuine e a buon prezzo, era a cura della Pro Loco. Tra le novità di quest’anno la presenza di un ampio stand dedicato alla cipolla bionda di Drubiaglio, frazione di Avigliana. L’amministrazione comunale ha infatti riconosciuto la “Cipolla Bionda Piatta di Drubiaglio” con disciplinare De.Co (denominazione comunale d’origine), in cui si stabiliscono i criteri per la sua tutela, coltivazione e promozione. La cipolla ripiena diventa così un piatto d’eccellenza.

All’inizio di ottobre si è svolta invece la terza fiera del Parco di Stupinigi, di cui uno dei protagonisti è stato il progetto di filiera corta della farina proveniente dall’omonima area protetta. L’obiettivo del progetto è produrre pane di qualità a lievitazione naturale utilizzando farina di grano coltivato nei campi di Stupinigi. Il progetto è frutto della collaborazione tra l’Associazione ‘Stupinigi è…’, sei produttori agricoli dell’area del parco (Azienda Agricola Michele Piovano, Azienda Agricola Maria Maddalena Siccardi, Barale Bertola, Fratelli Bertola, Azienda Agricola San Martino, Cascina Gorgia), l’Ente Parco, la Coldiretti, il Consorzio Agrario di Piobesi Torinese, il Molino Roccati di Candia Canavese, e la cooperativa Articolo 4, che gestisce il Forno Panacea a Torino, dove viene prodotto il pane. Come parte del progetto è stata avviata anche una sperimentazione che vede la coltivazione delle varietà antiche di grano Terminillo e Autonomia. Il progetto si basa su tre elementi fondamentali: la prossimità (il grano viene prodotto a pochi chilometri da Torino); la qualità (utilizzo di pasta madre e di farine ricche di fibra e dal basso tenore di glutine, coltivate in un’area protetta) e l’eticità (il prezzo del prodotto è costruito in maniera trasparente all’interno della filiera).

Pane e globalizzazione: la crisi del grano italiano e le risposte dell’economia solidale

Pane e globalizzazione: la crisi del grano italiano e le risposte dell’economia solidale

Alla fine di ottobre la più grande associazione italiana di agricoltori – la Coldiretti – avrebbe dovuto tenere un giorno di mobilitazione nazionale in difesa del settore del grano ad Ancona, nelle Marche, città scelta in quanto sede di un importante porto di sbarco per il grano importato. All’evento sarebbe dovuto intervenire anche il Ministro per le Politiche Agricole, Maurizio Martina. In seguito alle nuove scosse di terremoto che hanno colpito il centro Italia, la mobilitazione è stata rinviata. L’evento in questione rappresentava il secondo capitolo di un’importante campagna di sensibilizzazione pubblica iniziata nel mese di luglio, tradizionalmente il mese della mietitura. In quell’occasione, l’associazione è stata impegnata in una mobilitazione in varie città del paese, che sono state “prese d’assedio” per difendere il grano nostrano dalle speculazioni internazionali. Le quotazioni del grano sono praticamente dimezzate quest’anno, tornando a valori più bassi di quelli di trent’anni fa, con la perdita di migliaia di posti di lavoro e il rischio di desertificazione per quasi 2 milioni di ettari di colture, il 15% della superficie agricola nazionale, spesso situate nelle aree più difficili del paese.

La campagna estiva è stata aperta ad Alessandria, scelta in quanto provincia che produce più grano tenero nel nord Italia, ma anche come caso esemplare della moltiplicazione del prezzo dal campo alla tavola, con gli agricoltori locali che devono vendere 30kg di grano per potersi permettere una pagnotta di pane da 1kg. Nella città la protesta si è svolta con la “sfilata” di una mietitrebbia nel centro storico, e con la distribuzione gratuita di pane fresco 100% italiano. Al grido di “No grano, no pane!” è stata simbolicamente occupata piazza del Cavallo, dove gli agricoltori hanno ricreato gli elementi più significativi della filiera cerealicola. La Coldiretti ha puntato l’attenzione sulla mancanza di trasparenza del mercato, chiedendo l’obbligo d’indicare in etichetta l’origine del grano impiegato nella pasta e nel pane. L’associazione ha poi fatto notare la necessità di estendere i controlli sugli arrivi di materia prima da paesi extracomunitari, dove sono utilizzati prodotti fitosanitari vietati da anni in Italia e in Europa. Infine, è stata posta la necessità di fermare le importazioni a dazio zero, simbolo di una politica che usa l’agricoltura come mezzo di scambio nei negoziati internazionali, senza considerazione per il pesante impatto che ciò comporta sul piano occupazionale e ambientale.

Il giorno dopo l’evento di Coldiretti ad Alessandria, una protesta simile è stata organizzata da Cia – Agricoltori Italiani e Confagricoltura a Torino, dove sono stati distribuiti 100kg di pane ai passanti. Anche in quest’occasione è stata denunciata una situazione ormai insostenibile, con il prezzo del grano arrivato a livelli così bassi che non consentono di remunerare i produttori, a fronte di un prezzo delle farine che non è diminuito, sintomo evidente di un problema nella regolazione della filiera. Molte sono state, infatti, le richieste per una maggiore programmazione economica da parte dei membri delle due organizazzioni, in netta controtendenza con la deregolamentazione e speculazione tipiche dell’economia globalizzata. Cia – Agricoltori Italiani e Confagricoltura hanno chiesto al ministro Martina di bloccare per due settimane le importazioni di grano, per dare ossigeno ai produttori piemontesi, ribadendo la necessità di riorganizzare i sistemi agricoli, gestire gli stoccaggi e la programmazione.

Queste mobilitazioni, benchè necessarie e per lo più giustificate, appaiono tuttavia paradossali se si considera che le organizzazioni in questione hanno sostenuto per decenni il modello economico dominante, e che i politici chiamati in causa sono gli stessi che partecipano a governi il cui supporto per i trattati economici internazionali non è mai veramente messo in discussione. È difficile che delle risposte arrivino da questi settori (ma si spera comunque). Alcune possibili risposte sono invece offerte dalla società civile, in particolar modo dal mondo dell’economia solidale.

In Piemonte è il caso del progetto Farina del nostro sacco: per una filiera corta dalla semina al pane fatto in casa. Il progetto ha orgine nel 2008-2009, quando a Torino si svolge il corso di formazione “Un ponte sul Distretto”, inteso a creare figure di “animatori di reti di economia solidale”. Alla fine del corso nasce un gruppo di lavoro, DestOvest, che riunisce le realtà attive nell’area occidentale della provincia, una zona di agricoltura cerealicola intensiva e di campi abbandonati. Dopo una prima fase di brain-storming, l’esigenza più diffusa tra le realtà aderenti al Distretto è risultata quella della panificazione. La seconda fase ha visto la ricerca dei produttori, rigorosamente tramite filiera corta, seguendo relazioni di fiducia e un’idea di certificazione basata non solo sul metodo di coltivazione, ma anche sugli aspetti sociali. Una volta trovati i produttori, e superata una complessa definizione del “giusto prezzo”, il piano economico è stato presentato ad inizio ottobre 2010. Tredici gli attori partner del progetto: il DestOvest, le aziende agricole bio Cascina Rivaltese, Cascina dei Conti (che mette a disposizione il molino) e Cascina Gardiol, la comunità terapeutica Cascina Nuova, il GasAlpi di Alpignano, il Gas Campo aperto di Rivalta Torinese, il Gruppo rivaltese acquisti consapevoli (GRAC), l’associazione Gasse di Piossasco, il GasQueMais di Rivoli e Grugliasco, la Banca del Tempo di Rivalta, l’associazione Filo d’erba, e infine la cooperativa torinese per la finanza etica Mag4.

Un’iniziativa simile, ma più recente, è quella della farina dell’area protetta regionale di Stupinigi, dove si trovano il famoso parco e la residenza sabauda. L’obiettivo del progetto è produrre pane di qualità a lievitazione naturale utilizzando farina di grano coltivato nei campi di Stupinigi. Il progetto è frutto della collaborazione tra l’Associazione ‘Stupinigi è…’, sei produttori agricoli dell’area del parco (Azienda Agricola Michele Piovano, Azienda Agricola Maria Maddalena Siccardi, Barale Bertola, Fratelli Bertola, Azienda Agricola San Martino, Cascina Gorgia), l’Ente Parco, la Coldiretti, il Consorzio Agrario di Piobesi Torinese, il Molino Roccati di Candia Canavese, e la cooperativa Articolo 4, che gestisce il Forno Panacea a Torino, dove viene prodotto il pane. Come parte del progetto è stata avviata anche una sperimentazione che vede la coltivazione delle varietà antiche di grano Terminillo e Autonomia. Il progetto si basa su tre elementi fondamentali: la prossimità (il grano viene prodotto a pochi chilometri da Torino); la qualità (utilizzo di pasta madre e di farine ricche di fibra e dal basso tenore di glutine, coltivate in un’area protetta) e l’eticità (il prezzo del prodotto è costruito in maniera trasparente all’interno della filiera).

Sebbene lodevoli, il limite di iniziative di questo genere è la loro dimensione ridottissima. Le buone pratiche e le piccole rivoluzioni non potranno mai cambiare il sistema se non trovano il modo di risolvere la tensione tra lo scaling up (l’ingrandirsi) e lo scaling out (il diffondersi).

Terra Madre 2016: a field diary (5/5)

Terra Madre 2016: a field diary (5/5)

Monday, 26 September 2016

Today was the last day of Terra Madre. The guests of the final plenary, ‘Another world is possible, and necessary’, were Serge Latouche, the prominent French advocate of degrowth, and Stefano Zamagni, a heterodox economist from Italy. At the beginning, the moderator said that the success of Terra Madre could make us think “Of course another world is possible”. But in fact we are not quite there yet. There is still a lot to do.

20160926_141415
Serge Latouche (center) and Stefano Zamagni (right) with moderator Ursula Hudson. Photograph: Giovanni Orlando

Latouche explained his idea of degrowth, or décroissance. Like many other guests during the past four days, he talked about the Bayer-Monsanto merger. He also mentioned a local story, the acquittal by Italy’s Supreme Court of Stefan Schmidheiny, the Swiss billionaire who used to own a factory of asbestos-reinforced cement in the Piedmontese town of Casale Monferrato, where hundreds of workers have died of lung cancer. Latouche said this story was an example of the dark side of economic growth.

Zamagni explained that another world is necessary because 1) there is too much inequality, 2) too much environmental damage, and 3) too many wars. He said that these are the root causes of the huge migrations we are currently witnessing. He also talked about the need not to separate the environmental question from the social one, saying this is what Pope Francis’ recent encyclical Laudato si’ was about. Zamagni also recalled Margaret Thatcher’s TINA philosophy (There Is No Alternative) and Hobbes’ use of the Latin saying “homo homini lupus”, contrasting them to the saying of Italian Enlightenment economist Antonio Genovesi  “homo homini natura amicus”.

After this first round of discussion, the moderator prompted both speakers to dwell more on practicalities, on how to move, in practice, towards degrowth, considering that our daily lives are locked into a growth system, that our jobs are based on economic growth. As very few people share the idea of degrowth, she said, we need practical strategies to convince them.

Latouche said we have to change everything, change paradigm. We have to tackle all the levels: the local, regional and national one. In his opinion, Slow Food’s slogan (good, clean and fair food) is already a change of paradigm. We also need to change the global system. He cited Bernard Mandeville’s idea that greed is good, arguing that we have to find a new sense of measure. Zamagni said there are three ways out of the current system: revolution, reform and transformation. The first one isn’t possible anymore; we tried it many times in the course of the 20th century and it always failed. Reform is not enough. It’s like putting sticking plasters on wounds, while we have to change the rules of the game, economic institutions. So we must aim for transformation. Some things should be banned outright, like land grabbing or the trading of food commodities on the stock exchange. He said the G8 or the G20 should take this decision. Good luck with that!

Latouche then said that we shouldn’t be afraid of the word “revolution”. However, we don’t have to think of revolution as taking power, like in the old days. He gave two examples of the kind of revolution we should aim for: the Zapatista uprising in Mexico and the water wars in Bolivia. He praised Evo Morales, which I thought was ironic, considering that in the workshop on fair prices a man from Bolivia had said that Morales’ administration had been a disappointment. Latouche continued by saying that where governments fail, social movements can win. That’s why degrowth should be a social, not a political movement. The list of things to do would be endless. A very important one would be what Ivan Illich called the “techno-fast”. I think today we call this “digital detox”. For Zamagni, if we destroy the old order without having a new one ready, there’s going to be anarchy. Transformation is about a direction of travel that you follow step by step (so what’s the difference with reform?). We should make a distinction between development, said Zamagni, which is good, as it is about freeing ourselves from constraints, and economic growth, which is bad.

At this point, the moderator said that the growth machine is going forth relentlessly, for example with the TTIP and CETA. These political agreements are created to stabilize the system as it is, to strengthen the status quo. So she asked the speakers to give three examples of what we should do, emphasizing the collective dimension, given that the emphasis is usually on individuals, even when we talk about solutions (was this a veiled criticism of Slow Food’s emphasis on consumption?).

For Latouche, we should throw away our TVs, create a solidarity purchase group, which are a great means of meeting people and discussing politics with them, or we should try to get an independent mayor elected in our town, or set up a Transition Town. For Zamagni, politicians will only change if social movements force them to. We need to introduce a tax on financial transactions, and some economists are already collecting signatures for this purpose. The second thing we have to do is allow economic biodiversity to flourish. Different types of enterprise, like third sector ones, must be allowed to prosper in the market. We must take affirmative action to make this happen. It’s not enough to say that it can already happen, as there is the right to free enterprise. This is the liberal paradox: saying that you are free to do something but making it impossible for you to do so. He says that the freedom to choose is not the same as being able to choose. One might be formally free to choose, but in practice unable to do so. The third thing would be to promote scientific pluralism and rethink economics, like the students at Harvard University started doing a few years ago.

Terra Madre 2016: a field diary (4/5)

Terra Madre 2016: a field diary (4/5)

Sunday, 25 September 2016

This morning I attended one of Terra Madre’s plenaries, “Food as poison or medicine”. The two guest speakers were Franco Berrino, an Italian cancer specialist, and Kathleen Sykes, an expert on healthy eating from the US. The Carignano theater, where the event took place, was completely packed. The moderator, a local nutritionist, said that for the first time since Terra Madre began “food and heath” have been made official themes this year. They are also the basis of a new course at Slow Food’s University in Pollenzo.

Sykes began by quoting Hippocrates’ famous precept “Let food be thy medicine and medicine be thy food”, then talked about the concept of healthy communities and the social determinants of health, the importance of physical activity and fresh foods. She spent quite a bit of time talking about Rachel Carson and her book Silent Spring, telling the story of the its publication and its impact on the US. She also spoke about the concept of food deserts, about integrated pest management, the importance of pollinators, and the threat from neo-nicotinoids pesticides.

Berrino focused most of his speech on the results of epidemiological studies that show how the Mediterranean diet lowers the risk of developing cancer. He stressed that his approach is “holistic”, often complaining about mainstream approaches to the disease. While talking about the European Code Against Cancer, he mentioned the need to avoid processed meats. This prompted a comment from the moderator, who said that Slow Food is not schizophrenic when it promotes all sorts of cured meats, because it has issued a recommendation that clearly states the need to diminish our consumption of red meat. However, he continued, it’s important to stress that the quality of the meat is as important as the quantity. Slow Food argues that we should diminish the consumption of poor quality meat and increase that of good quality meat. We should eat meat as our grandparents used to: only on very special occasions, during what were called i tempi grassi (fat times), while the rest of the time should be considered i tempi magri (meager times). But I wonder how many producers of cured meats would be left if people really did this? He concluded declaring that vegetables are also dangerous, due to pesticides residues. Berrino went on to stress the power of consumers to change the market, citing Wendell Berry’s famous dictum “Eating is an agricultural act”.

The Q&A session was striking because all the questions were very technical and had to do with the role of food in the development of cancer, ranging from casein to trans fats, to glyphosate, red wine and white meat.

20160925_121616
“Food as poison or medicine”. Apparently there is no third option, food as food. Photograph: Giovanni Orlando

In the afternoon I went to a workshop on the Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) with representatives from Slow Food and the NGO Fairwatch.

A woman from Slow Food mentioned the merger between Bayer and Monsanto, which has been a hot topic throughout the event, while a lecturer from Pollenzo explained how TTIP would impact the food system. He said the problem was the homogenization of legal standards, which will inevitable mean their lowering. For example, the EU favors the precautionary principle, while the US the acceptable risk one. Traders don’t like heterogeneity in standards, because it complicates their lives. He also explained the risks of the proposed Investor-state dispute settlement system (ISDS), saying that the market can’t be the only entity that decides how food should be sold.

The woman from Fairwatch said governments use international trade treaties such as TTIP to pass laws they couldn’t get through parliament because of their unpopularity. These treaties are also a result of the fact that the WTO has been in crisis for many years. She stressed the fact that we have to tackle the issue of politics and the lack of political representation by putting pressure on our politicians. To do this we need “deep citizenship” (una cittadinanza profonda), and Slow Food and Terra Madre are an example of this. I am not sure we should equate what is essentially a market phenomenon with a form of citizenship (or even with its idea). The woman ended her talk with the latest developments in the CETA negotiation, saying this has now become the priority.

The woman from Slow Food said the million dollar question was therefore whether we should “do” politics. On the one hand we could try solving the Bayer-Monsanto problem by buying local, fair, organic foods, etc. But on the other we see our laws being changed for the worse, so we must act to achieve political change. The problem is how to balance the everyday (la quotidianità) with the radical (la radicalità). It’s a difficult problem because you can’t be radical everyday. Doing so would require tremendous energy on top of all the things we already have to do. That’s why we need social movements, which can help to share the burden of being radical.

After the workshop ended I went to buy some arancine from the Piana degli Albanesi people (see blog post 1/5). Even though it was half past four in the afternoon there was still a queue at their stand. This time, however, the arancine were cold. They were also very watery, which I guess was due to the fact that they had been fried while still frozen (I saw one of the guys bring a trolley full of boxes covered in condensation earlier in the day). This wasn’t noticeable when they were hot, but now they were cold. Even though they made the arancine themselves (the label on the boxes said so), it still sounded odd to qualify them as artisanal when they had traveled hundreds of miles in a freezer in some van. Maybe the adjective refers to the fact that they’re produced by a family business, probably with a few helpers. Industrial production is something else. There’s also the issue of ingredients. They can hardly be quality ones, considering the numbers and the price. The ricotta, for example, was also frozen. They were taking it out of big plastic tubs with the label “sweetened frozen sheep ricotta” at the back of the stand. What’s the point of “filling the cannolo on the spot”, as they advertised to the public, if the ricotta is frozen? On the other hand, they also made arancine with vastedda, which is a PDO cheese from the Belice valley.

While walking around the food market today I saw the FIAT stand, which didn’t quite seem to fit with the event. There was a massive pick-up truck on display in front of it, which I’m sure was targeted to farmers.

20160925_161051
Stand FIAT: pick-up trucks in fields of gold. Photograph: Giovanni Orlando